1. Oggi per strada c’era questa ragazza bellissima.
    Esile come una foglia, il profilo appuntito.

    Un paio di gambe magre magre che scomparivano in un cappotto verde scuro. Aveva i capelli corti e camminava parlando al telefono. Sorrideva ma poco, sembrava quasi sorridesse per sè e non per la persona con cui stava parlando.
    Era una specie di sorriso a prescindere.

    I capelli corti, un accenno di frangia.

    Aveva una valigia, rossa, di quelle un po’ vecchie che sembrano quasi di cartone, senza rotelle, col manico e basta.

    La portava con la mano sinistra e sembrava leggera.

    Quando mi ha attraversato la strada davanti agli occhi, per un momento brevissimo ho pensato: vorrei essere lei.

    Ma non era vero.
    La verità era che le invidiavo la valigia rossa, quel contenuto così leggero che si portava in giro come fosse uno scherzo al mondo e quel sorriso di vento che sembrava nato ieri e prometteva di durare per sempre.

     
  2. La parola stanchezza é strana perché quando sei piccolo non esiste.
    Te la tieni tra gli occhi e a volte nei polpacci, ma non la pronunci mai e il rumore della doppia zeta è impercettibile.

    Dopo non so cosa succede, ma a un certo punto può capitare che diventi una parola grandissima, ti riempie la bocca e la testa e lo sguardo.
    Apri gli occhi ed è la prima cosa che vedi e, sembra, la più grande.

    Ostruisce lo sguardo e il respiro.

    Io a volte, ora, vorrei dirle: “senti un po’, tu, mi hai stufato, ora spostati che se no faccio tardi, che mi aspetta la gioia”.

    Quando le dico tutte, queste parole, distintamente e ad alta voce, ricomincia il vento e mi fa il solletico.

     
  3. Ci son proprio delle volte che l’unica cosa che vorrei fare è rovesciare l’intero contenuto della testa sul tavolo della cucina, come si fa con le borse della spesa.
    Separare le cose da mettere nel congelatore, aprire il pacchetto di patatine e sgranocchiarle mentre si separano i biscotti dal tonno.

    Mettere via tutti i sacchetti, piegati, quando ho finito.

    Guardarmi attorno e sapere che tutto è al suo posto, ordinato e pronto.

    Passare un panno sul tavolo a eliminare le ultime briciole.
    Bere un sorso d’acqua.
    Sentirlo scivolare fino all’imboccatura dello stomaco.

    Guardare fuori dalla finestra e sapere di non aver dimenticato niente.

     
  4. image: Scarica

    Le mattine con le cose perfette  (at Barrio Belalcazar)

no, niente, volevo solo dire che stamattina mi è cambiata la vita: che io la mattina ho sempre bevuto succo d’arancia, cioè, spremuta. che mi metto lì e spremo una o due arance e poi butto giù, che mi piace tanto e poi fa anche bene alla salute e infatti non mi ammalo mai o quasi mai.
e stamattina ho scoperto, inavvertitamente, una cosa: che io, cretina qual sono, ho sempre tagliato le arance per il verso lungo, cioè. che lo so che sono rotonde, ma, per intenderci, dal cosino che c’è sopra in giù, nel senso della lunghezza, insomma.
poi stamattina per caso invece, che ero distratta, le ho tagliate in orizzontale.
e, porcamiseria, è molto meno faticoso spremerle!
che uno dice: ma cosa ci va a fare a scuola, uno, per tutta la vita e poi l’università eccetera, se non gli insegnano nemmeno una cosa così basilare e che rende le mattine tanto tanto tanto più semplici?
eh?

siamo davvero messi male, valà.

    Le mattine con le cose perfette (at Barrio Belalcazar)

    no, niente, volevo solo dire che stamattina mi è cambiata la vita: che io la mattina ho sempre bevuto succo d’arancia, cioè, spremuta. che mi metto lì e spremo una o due arance e poi butto giù, che mi piace tanto e poi fa anche bene alla salute e infatti non mi ammalo mai o quasi mai.
    e stamattina ho scoperto, inavvertitamente, una cosa: che io, cretina qual sono, ho sempre tagliato le arance per il verso lungo, cioè. che lo so che sono rotonde, ma, per intenderci, dal cosino che c’è sopra in giù, nel senso della lunghezza, insomma.
    poi stamattina per caso invece, che ero distratta, le ho tagliate in orizzontale.
    e, porcamiseria, è molto meno faticoso spremerle!
    che uno dice: ma cosa ci va a fare a scuola, uno, per tutta la vita e poi l’università eccetera, se non gli insegnano nemmeno una cosa così basilare e che rende le mattine tanto tanto tanto più semplici?
    eh?

    siamo davvero messi male, valà.

     
  5. È un fatto: le cattive notizie non bussano prima di entrare, non citofonano, non telefonano prima, non avvertono.

    Spalancano la porta di colpo, entrano sfacciate, si siedono sul divano e non salutano.

    Ti guardano sarcastiche e con un tono insopportabile ti chiedono il caffè.

     
  6. Altri hanno il loro posto.
    Alcuni hanno la loro canzone.
    Ci sono di quelli che hanno nomignoli e parole segrete, gesti in codice, occhiate furtive.

    Noi abbiamo un numero.

    A me sembra una cosa bellissima.

     
  7. Anonimo ha chiesto: cita le fonti e non copiare

    pubblico la domanda (no, non domanda, a dir la verità…l’affermazione, diciamo) che mi è arrivata in anonimo e chiedo: ma esattamente a cosa ti riferisci? (chiunque tu sia)
    no, perchè di solito a ‘sto genere di cose ci sto attenta…che filologicamente ho una certa ossessione per le citazioni corrette…quindi. dov’è che non ho citato? chiedo scusa, nel caso… se mi dici dove, correggo all’istante…

     
  8. Accadono cose che sono sorprese.
    Parole che non pensavi potessero essere per te.
    Ti scopri guardato quando pensavi non ci fosse poi niente di così interessante da guardare.

    Minuscola - pensi - è vero. Non sono che una creatura minuscola. Eppure mi arrivano dei regali. Allora vuol dire che c’è qualcosa di importante.

    Così si impara a guardare il bene che c’è, sempre, anche quando non ce lo si aspetta.
    E nei posti più impensati, per giunta.
    Ad esempio: in sè.

     
  9. le mancanze

    Ci sono mancanze sottili come fogli di carta che ti feriscono un indice.

    Altre sono cucchiaini d’acciao gelido che ti scavano nel petto.

    Io le conosco entrambe.
    E non me ne pento.

     
  10. quel che c’è.

    Inaspettatamente comincio a preferire quel che c’è.

    Non che non mi manchi tutto quello che mi manca.
    Ma quel che c’è è così grande che tiene dentro anche tutto quello che mi manca.

    Questo è superincredibile, ferisce, ma spalanca.

     
  11. di chi sono

    Lo guardava scavare e setacciare la sabbia da minuti, parecchi.
    La faccia bruciata dal sole, le spalle larghe, le mani grandi, una borsa di tela un po’ logora a tracolla.

    Alla fine gli si avvicinò e glielo chiese:
    - Scusi, cosa sta facendo?

    Lui alzò due occhi piccoli, di un nero stinto che annegava in due bulbi oculari giallognoli.
    La guardò in silenzio per qualche secondo poi fece un respiro e rispose, quasi sottovoce, una voce arrochita dal vento e dall’acqua di mare:
    - Sto cercando.

    - E cosa cerca?
    - Cose preziose.
    - Cose preziose come braccialetti, anelli e orologi come quelli della mia mamma e del mio papà?

    L’uomo sorrise.
    Lei non avrebbe saputo stabilirne l’età.
    Sembrava vecchio, ma non vecchio vecchio, solo vecchio. Detto una volta sola.
    Fece un altro sospiro e nuovamente le rispose:
    - No, piccola, cose molto molto più preziose che anelli o orologi.

    La bimba ci pensò qualche secondo ma non le venne in mente niente di più prezioso degli orecchini d’oro della mamma, che quando andavano in vacanza la madre si preoccupava di avvolgere in sacchetti di stoffa e nascondere in cucina, in mezzo al riso o alla pasta, nel caso in cui fossero venuti i ladri.
    - ad esempio?
    chiese.

    L’uomo le si avvicinò e si sedette accanto, sulla roccia liscia.
    prese la sua borsa di pezza e ne allargò il foro in alto, chiuso con un laccio elastico, in modo che la bambina potesse infilarci lo sguardo e, volendo, anche una mano.

    Ester ci buttò gli occhi avida e curiosa e infilò in fretta una mano.
    Ne estrasse una manciata di oggetti.
    Tappi di alluminio colorati, noccioli di pesca, macchinine, il braccio di una Barbie, un anellino di plastica azzurra, un soldatino di ferro arrugginito.

    - uao. Sono bellissime, queste cose. Ma cosa sono?

    Per la prima volta vide un sorriso sfiorare le labbra screpolate dell’uomo che la osservava attento.
    -Vedi, piccola. Tu queste cose le trovi meravigliose. Ma se io le mostrassi ora ai tuoi genitori le guarderebbero con disprezzo, penserebbero che sono spazzatura e che per fortuna c’è qualcuno che ripulisce le spiagge da queste schifezze - così le chiamerebbero - e penserebbero che io sia un netturbino della sabbia o qualcosa del genere. Invece questi sono tesori sepolti da chissà quanti anni. Qualcuno come te, un giorno, l’anno scorso o quello prima o anche tanti anni fa, le ha dimenticate. O volontariamente sepolte sotto la sabbia. Le ha nascoste. Ha immaginato il momento in cui sarebbe tornato a disseppellirle e ritrovarle oppure il momento in cui qualcun altro le avrebbe trovate, per caso. Ha assaporato nella propria immaginazione il piacere della scoperta, la commozione del ritrovamento, la meraviglia dipingersi sul volto di qualcuno di sconosciuto che avrebbe trovato per caso questi tesori sepolti.
    Ora.
    Capisci dunque che la domanda giusta non è “cosa sono”, ma: “di chi sono, questi tesori”?

    Ester ascoltava in silenzio.
    Capiva.
    Annuiva impercettibilmente.
    Ci pensò sopra qualche secondo, poi rispose:
    - Sono di chi le ha dimenticate o nascoste, no?

    - Non esattamente - rispose il vecchio. - Sono di chi le trova. Ma solo se le guarda con meraviglia e gratitudine.

    La bimba sorrise.
    - Ho capito - disse.

    L’uomo aprì meglio la borsa:
    - Dai, coraggio, scegline una.

    Ester tuffò lo sguardo all’interno della borsa e la vide subito: una biglia di vetro, blu e arancio, che luccicava debolmente.
    La afferrò tra le dita e disse:
    - Scelgo questa.

    Il vecchio sorrise, di nuovo.
    - E’ un ottima scelta - confermò. - Ne avrai cura?

    - Certo. Lo prometto. E prima di partire la nascondo nella sabbia. Ma non le dico dove, così quando lei la troverà, potrà spalancare gli occhi e ricordarsi improvvisamente di me.

    L’uomo si alzò e richiuse la borsa, con un gesto lentissimo.
    Si sistemò il cappello di paglia sulla testa e fece un cenno del capo come a dire: brava, hai capito.
    Si voltò lentamente e ricominciò a camminare lungo la spiaggia.

    Ester lo guardo avviarsi e non disse più nulla.
    Teneva tra le dita la nuova meraviglia di vetro e ne ascoltava la superficie liscia scorrerle nel palmo della mano.
    Si sentì improvvisamente la persona più ricca del mondo.

     
  12. da dove viene questa musica

    - da dove viene questa musica?
    - la musica viene dal quarto piano. Seconda finestra a partire da sinistra. La vedi? Quella con la tenda bianca leggermente scostata. Guarda, la finestra è aperta, la tenda ondeggia leggermente per il vento. Se guardi bene bene lo puoi intravedere.
    - chi?
    - Nicolò.
    - e chi è Nicolò?
    - quel ragazzino, sì, quello che gli vedi spuntare appena la testa appena sopra la balaustra della finestra.
    - e cosa fa?
    - come cosa fa? Suona, non è sufficientemente evidente? Non lo senti? Lo vedi l’archetto? Si muove veloce a pochi centimetri dalla sua testa. Ha dieci anni, Nicolò. Suo padre ha già deciso: sarà architetto e musicista. Ha iniziato a fargli studiare violino quando ne aveva quattro e mezzo.
    Tutti gli anni lo porta in vacanza ad Agosto, in una diversa metropoli.
    Hanno già visto: Bombay, Chicago, Toronto, Berlino, San Pietroburgo, Istambul.
    Forse quest’estate il padre lo manda da solo a Sidney, tanto là ha un cugino che lo ospiterebbe per l’estate. Così impara anche l’inglese, dice.
    Nicolò ha dieci anni.
    Suona il violino da dio, lo senti?
    E’ bravo, vero?
    - Sìsì.
    - E’ proprio bravo, cazzo.

    Cosa dici?ah, ora lo vedi.
    Cosa?
    Eh?
    Ma che diav…

    - Ma cosa sta facendo?
    - Nicolò!
    Nicolòòòòòò!!! Cribbio, scendi da lì… è pericoloso!

    Presto, va a citofonare!
    Citofona, cazzo, corri, muoviti porcaputtanaaaaaaa…


    Nicolò.
    Nicolò…
    Mioddio,
    …nicolò.

    [la cameriera che si trovava in cucina mentre Nicolò precipitava oltre la finestra del salotto avrebbe dichiarato: “stava suonando, poi ho sentito che ha smesso. Mi è parso dicesse, ad alta voce: Non c’è niente che va male. Sono solo tanto stanco. Poi non ho sentito più niente. quando sono andata in sala, lui non c’era più”]

     
  13. Mio papà aveva un sacco di dischi, e il giradischi, e i dischi erano quasi tutti di musica classica, tranne qualche disco di papetti, battisti e poco altro.
    La maggior parte era musica classica e lirica. Ma classica di più.

    La domenica o a volte alla sera, dopo cena, mi faceva sedere sulla poltrona e mi diceva: ascolta questo.
    o questo.
    o questo.
    Non spiegava, non diceva niente, non muoveva le mani, niente.
    Mio papà parlava pochissimo, ha sempre parlato pochissimo.
    Diceva: ascolta questo.
    E metteva su un disco.
    Dopo io chiedevo: cos’è?
    Lui diceva un nome, un cognome e poi il titolo della musica che spesso era lunghissimo e aveva dentro lettere e numeri e cose strane, non so, tipo: Beethoven, quartetto d’archi in la minore, opera K 462, secondo movimento.
    Che io non capivo niente.

    Ma a volte alcune delle cose che mi faceva sentire mi ricordo che le sentivo sciogliermi le caviglie.
    Ricordo proprio la sensazione precisa. Non succedeva nella testa, non succedeva nel cuore, no.

    Non era come quando Davide mi prendeva la mano di nasosto sull’autobus della scuola mentre andavamo in piscina alle elementari, che sentivo tutto un trambusto e succedeva nel cuore o nella pancia, non so bene, comunque succedeva là in mezzo, a metà corpo, no, non era così.

    E non era nemmeno come quando la maestra Lucia leggeva una poesia bellissima o quando risolvevo un problema difficile di geometria, che c’era un momento in cui sentivo illuminarmi la testa e le cose diventare più chiare e leggere, no, non era neanche così.
    succedeva proprio nelle caviglie.

    Mio papà metteva su il disco e, qualche volta, la musica che veniva fuori da là mi scivolava direttamente nelle caviglie e si portava laggiù tutto: cuore, polmoni, pensieri e dopo cominciava a dondolare forte, come il mare quando è mosso, non agitato, no, mosso molto mosso.

    Chopin io me lo ricordo che una volta era successo anche con lui, questa storia delle caviglie. Era un walzer, mi pare, non mi ricordo quale.

    Poi non tutte le musiche erano uguali, no.
    Quelle che finivano nelle caviglie, dico.
    Chopin ad esempio è una musica che finisce nelle caviglie ed è liquida.
    Ma io mi ricordo che c’erano musiche che mi finivano nelle caviglie ed erano sassolini minuscoli.
    Altre erano polvere.
    E tu la sentivi benissimo la differenza, eh. Non ti potevi sbagliare.

    Io lo guardavo, mio papà, sulla sua poltrona, con gli occhi chiusi, immobile, mentre la musica mi finiva nelle caviglie.

    Pensavo che quando si muore forse è così che succede.
    Tutto si ferma e le cose importanti te le tieni nelle caviglie, alla fine.

     
  14. underground

    Quando facevo l’università prendevo la verde.
    Da Cologno nord fin giù giù a Cadorna o Sant’Ambrogio, dipendeva.
    E il primo tratto della verde è in superficie.
    Fino a Cimiano, mi pare, ora mica son sicura. E poi si inabissava.

    E però c’era un punto che tu eri in metrò, guardavi fuori e passavi a pochi metri dai palazzi. E alcune finestre, qualche volta, erano aperte. Così tu per una manciata di secondi al giorno, cinque o sei all’andata e altri cinque o sei al ritorno, avevi la possibilità di rubare una fotografia del dentro della casa di qualcuno, con magari in giro pure delle persone (capitava di vedere la tavola della sala o il poster di un cantante di fianco al letto di un sedicenne e insomma, cose così…).
    Era un momento che mi imbarazzava sempre tantissimo e contemporaneamente ne rimanevo profondamente affascinata.

    Mi venivano in mente certi quadri di Hopper, uno in particolare, che c’è una donna vestita di rosso, seduta forse a un pianoforte, col viso basso a guardarsi le mani o il pavimento, chi lo sa, e vicino a lei, dietro, un uomo, mi pare che legga il giornale e i due non si guardano e dal quadro vien fuori un silenzio rumorosissimo e tremendo che pare quello di certi racconti di Yeats in cui speri solo che qualcuno, finalmente, si metta a urlare e a spaccar qualcosa, qualsiasi cosa.

    Una volta, poi, in una di queste manciate di secondi regalati in metrò, ho visto una giovane donna; avrà avuto trent’anni, forse. Era in piedi vicino al tavolo di questa sala.
    Uno di quei tavoli di legno scuro scuro con sopra un centrino di pizzo bianco, che gliel’avrà fatto la nonna - avevo pensato io - o magari l’aveva comprato in una di quelle fiere estive, con le bancarelle, nei piccoli paesi di montagna, con le vecchie coi fazzoletti sulla testa e gli uomini coi cappelli e la pipa tra le labbra.

    Lei era lì in piedi, una mano appoggiata distrattamente allo schienale di una sedia e l’altro braccio lungo un fianco, inerte, lo sguardo perso fuori dalla finestra, ma senza guardar nulla, solo guardando fuori. E piangeva. Son sicura che piangeva. Non ero così vicina da vederle le lacrime sul volto, eh, e poi è stata una manciata di secondi. Però ero sicura sicura che stesse piangendo. O comunque soffrendo molto.

    Per un istante mi è sembrato di essere lei. Di esser lì dentro, in quella sala da pranzo col centrino di pizzo bianco sul tavolo. Di sentire quello che sentiva lei. Ho pianto un pochino anch’io. Nascondendo il viso nella sciarpa di lana (che era autunno o inverno, non ricordo) perché io mi vergogno a piangere davanti ad altri occhi.

    Dopo in metropolitana a me piace tantissimo andarci.
    Guardo le mani della gente.
    O i piedi, che sono cose interessantissime da guardare, se sei in metropolitana.
    Mi porto un libro e leggo.
    Ma ogni tanto alzo gli occhi.
    Magari ascolto pezzi di conversazione.
    tradimenti, confidenze, beghe col capo o col collega o col direttore. la preoccupazione per il prossimo esame. le parolacce riferite “a quella stronza di mia madre” che le quindicenni col percing all’ombelico pronunciano ad alta voce. le scarpe in saldo nel tal negozio. l’operazione alla prostata andata bene andata male dello zio. la telefonata della fidanzata rompicoglioni del tizio carino seduto di fianco a me che sospira, risponde a monosillabi, sospira, sembra un cane bastonato.

    Io all’università ogni tanto mi prendevo due o tre ore e le passavo in metropolitana, avanti e indietro, avanti e indietro.
    A guardare le persone e scrivere sulla moleskine e non fotografavo, ma solo perchè mi vergognavo e avrei voluto farlo, però.

    Le persone sono la cosa più interessante che c’è al mondo.
    Indubbiamente.

     
  15. il tempo delle biciclette.

    L’estate, alla fine, è il tempo, più degli altri, delle biciclette.

    Io quando avevo, non lo so, dodici anni, metti, c’erano due modi di andare in bicicletta con qualcun altro.

    Quello degli amici e quello con il ragazzo che ti piaceva.

    Con gli amici ti mettevi in piedi dietro, sul portapacchi. O seduta. Mettevi le mani sulle spalle o ti attaccavi sotto la sella e tenevi le gambe piegate e un po’ distanti dalle ruote e ridevi alle battute e avevi paura se quello frenava all’improvviso.

    Con il ragazzo che ti piaceva ti mettevi seduta sulla canna, davanti. Mettevi le mani sul manubrio vicinissime alle sue che guidava, così ogni tanto ci si sfiorava inavvertitamente. Non ridevi mai ma sorridevi tutto il tempo e stavi zitta zitta e ascoltavi le sue braccia sovrastarti.

    E non avevi paura, mai.

    Nemmeno quando si cadeva.