1. Ti guardo rientrare dalla porta, riappropiarti di te, della tua casa, della tua vita.
    Di gesti piccoli,apparentemente banali: fare le polpette, spegnere la luce quando si esce, non accendere la televisione.

    Mi chiedo se, quando avrai finito, ci sarà ancora posto per me.

    Stupida, penso, di me.
    Ingannata dai telefilm.
    Certo, lo so, che ci sarà spazio.
    Tantissimo.
    Tutto lo spazio pieno di te.
    Che non è vero quello che dicono, quello che si pensa: che perché ci stia un altro bisogna ritirarsi in un angolo e rinunciare a spazi per se, è il contrario: più ci sono io, più posso diventare casa.

    Sarai una casa bellissima, coi gerani alle finestre e la luce che entra d’improvviso.

     
  2. spalmo con la mano destra la crema sulla schiena di irene che urla per il freddo e il dolore, leggero, ma fastidioso che va avanti da giorni.

    mi ritrovo a desiderarne una anche io, di crema.
    speciale.

    per tutti quei minuscoli dolori impercettibili color malinconia che mi ritrovo addosso in certe sere in cui non so far altro che tornare a casa guardando le pozzanghere e chiedendomi in cosa ho preso dentro e quando mi son fatta male, che non me lo ricordo e non riesco mai a risalire all’origine di quel dolore minuscolo impercettibile color malinconia che mi ritrovo addosso in certe sere, si diceva all’inizio di questa frase.

    una crema speciale, color pesca, che profumi, lieve, di gelsomino.
    da applicare con piccoli movimenti circolari, dietro l’orecchio, ad esempio o nell’incavo del braccio, come si fa con i profumi e le acque di colonia.

    sentirla penetrare lentamente, un po’ unticcia, sotto pelle, a curare le dimenticanze, le delusioni impercettibili di cose minuscole che non te ne accorgi ma ti hanno fatto male.

    scoprirsi arruffata passando davanti al vetro di un negozio.
    un punto non messo alla fine di una lettera.
    dimenticarsi a casa il thermos col caffè.
    il rumore fastidioso della forchetta di un collega sul piatto.

    tutta questa incapacità di amare.
    questa enorme, insopportabile, incapacità di amare.

    una crema speciale per questo, mi son ritrovata a desiderare, stasera, per quel dolore minuscolo impercettibile color malinconia che mi ritrovo addosso, io, delle volte come questa.

     
  3. Oggi per strada c’era questa ragazza bellissima.
    Esile come una foglia, il profilo appuntito.

    Un paio di gambe magre magre che scomparivano in un cappotto verde scuro. Aveva i capelli corti e camminava parlando al telefono. Sorrideva ma poco, sembrava quasi sorridesse per sè e non per la persona con cui stava parlando.
    Era una specie di sorriso a prescindere.

    I capelli corti, un accenno di frangia.

    Aveva una valigia, rossa, di quelle un po’ vecchie che sembrano quasi di cartone, senza rotelle, col manico e basta.

    La portava con la mano sinistra e sembrava leggera.

    Quando mi ha attraversato la strada davanti agli occhi, per un momento brevissimo ho pensato: vorrei essere lei.

    Ma non era vero.
    La verità era che le invidiavo la valigia rossa, quel contenuto così leggero che si portava in giro come fosse uno scherzo al mondo e quel sorriso di vento che sembrava nato ieri e prometteva di durare per sempre.

     
  4. Non c’è verso.
    Se vedi un uomo, su un ponte, con un ombrello e che porta un cappello, ovunque tu ti trovi, ti senti a Praga.

     
  5. Aspetto l’ora azzurra della sera, tutti i giorni.
    Quando arriva giro gli occhi tutto attorno ed è come stare nel tuo sguardo sempre.

     
  6. Spettabile Dio,
    si potrebbe avere una notte di 25 o 26 ore?
    solo per stavolta…eddai.

     
  7. A me ci sono poi delle cose che proprio mi fanno un gran bene ma un gran bene proprio, intendo.

    Come:
    La luna vista di mattina, ritrovarmi le monete in tasca, l’ultima sigaretta prima di dormire.

    E tu, che mi ami anche quando non mi guardi.

     
  8. Poi volevo dire che ci son cose che non c’è verso: girano girano girano girano in giro.
    E alla fine ritornano.

    Quasi sempre te le ritrovi tra le braccia.

     
  9. Certe volte proprio, penso, mi piacerebbe un sacco avere una macchina fotografica dentro al cervello che poi basterebbe pensare: click! e quello che guardi rimane immortalato in una foto.
    Dopo non lo so come si fa a stampare o a mostrare la foto, tipo che ci sarebbe bisogno di una specie di dispositivo wireless che dal cervello comunica alla stampante o alla memoria del computer o così.

    É che ci sono così tante cose, delle volte, che vorrei fotografare, ma poi non faccio in tempo o non posso e insomma, è un peccato davvero, questa cosa.

    Tu immagina quanta bellezza si potrebbe conservare.
    Per sempre.

     
  10. Se stasera mi leggi un libro non importa se poi mi addormento alla seconda frase, mi tengo le tue mani vicino al viso e la tua voce vicina agli occhi e non lasciarmi allontanare, nemmeno nel sonno, tienimi stretta con le parole, al caldo coi respiri e ricordami anche se non potrò sentirti cosa vedi quando mi guardi perché non c’è nient’altro di cui io abbia bisogno, sul serio.

     
  11. Quando poi la tristezza non passerà, se non passa ti porto una coperta di lana colorata.
    Verde e grigia e color panna.

    Prepariamo le frittelle e guardiamo l’umidità attaccarsi avida ai vetri della cucina.
    Col dito scrivo il mio nome e tu disegni un animale che io dico è un gatto e tu dici: no, è una volpe, ma non la vedi la coda lunga?

    E io avrò ragione ma farò finta di niente.
    L’ultima frittela ce la giochiamo a scarabeo.
    Io vinco con una parola lunghissima tipo luccichii ma te ne lascio comunque metà, dell’ultima frittella, dico.

     
  12. Gli smalti dai colori troppo accesi, io, non so perché, ma li metto e subito li tolgo.
    Che guardarmi le mani troppo colorate mi fa sentire a disagio.

    E sguaiata.

    Ecco, la parola giusta è: sguaiata.

    Le mani dovrebbero essere una parte di noi estremamente discreta.
    Io, quando le guardo toccare le cose e impugnare e stringere, mi piace vederle leggere e bianche.
    Rese allegre giusto un poco, da un anello quasi invisibile o da uno smalto appena percepibile.
    Ma quando provo a mettere un colore acceso, vistoso, deciso…le mie mani diventano violente.
    Soffocano e rompono l’aria attorno.

    Le mani non dovrebbero mai essere sguaiate, non gli si addice per niente.

     
  13. perchè poi è così, che funziona, se ci pensi: che sono le cose quando sono diverse, a spalancarti la testa.

    che le cose già conosciute, sì, quelle.
    certo, quelle.
    le si ama, certo, le cose conosciute.

    ce le si tiene addosso quando fuori comincia a fare troppo freddo.
    forniscono quella sensazione piacevole di quando si entra in casa della nonna, si butta un’occhiata alla credenza e si controlla che ci siano ancora tutte, le tazzine di porcellana col bordino dorato.

    sì, certo, le cose conosciute.
    Le cose conosciute ti costruiscono l’anima, se sai impilarle per bene nei respiri.

    ma quelle nuove, invece.
    quelle che non conosci.
    quelle che magari a volte fanno anche un po’ di paura.

    Bhè.
    Quelle ti ricolorano gli occhi, se riesci a dargli sufficiente spazio.

     
  14. Essere molto lontani alla fine non é mica una cosa difficile, mi sembra.
    É bastato mettere un piede davanti a un altro e salire su uno di quei cosi giganteschi che volano e, alla fine, scendere.

    Essere molto lontani non é cosí difficile.

    Difficile é non confondersi e stare in equilibrio.
    Ma si puó imparare.

     
  15. Sará una notte lunghissima, questa. E brevissima. E interminabile. E il silenzio mi avvolgerà i bordi dei piedi e l’incavo delle ginocchia.
    Le macchine che passano sul provinciale le ascolto da lontano e mi ricordo di quando ero al liceo e non ero capace di pensare a niente.

    Ora ho pensieri che schizzano da tutte le parti e si arrampicano sulle pareti ma alla fine il posto in cui finiscono é sempre solo uno.

    Domani aprirò gli occhi e tutto mi sorprenderà di nuovo.

    Avrò tutto quel di cui avrò bisogno, anche quando mi sembrerá che le cose manchino fino a soffocarmi.

    (le cose mancano anche quando ci sono, delle volte)